Lìbet

Monferrato Rosso DOC

Monferrato Rosso DOC Libèt

Luciano Bobba • 2014

Lìbet è il nostro Nebbiolo: è piacere in latino, mediatico, di vino.
Dalla lingua al palato è piacere immediato.

TIPOLOGIA: vino rosso secco.

VARIETÀ DI UVA: Nebbiolo.

ZONA DI PRODUZIONE: Ozzano Monferrato.

NOTE SENSORIALI: rosso granato, sentori di piccoli frutti con note floreali di viola e speziate di liquerizia. Sottofondo di vaniglia e mentolato. In bocca è vellutato, armonico, con un lungo finale.
Vino di grande struttura è adatto a un lungo invecchiamento: oltre i 10 anni.

ABBINAMENTI: accompagna carni rosse elaborate, selvaggina, formaggi stagionati.

FORMATO: 0,75 L

Nebbiolo: storia e curiosità

Si parla di nebbiolo e lo si associa al Piemonte, sua terra d’elezione dove da sempre è considerato il vitigno autoctono per antonomasia. Recenti studi di genetica sul nebbiolo condotti dalla professoressa Schneider del CNR di Torino, hanno individuato legami di parentela molto stretti con una decina di cultivar diffusi nell’Italia nordoccidentale, in particolare nei territori alpini più settentrionali di area piemontese, il freisa, e di area valtellinese, il chiavennaschino. Allo stato attuale delle conoscenze, non è però ancora chiaro quale vitigno sia il genitore e quale la progenie.

Nel panorama vitivinicolo italiano, nonostante non sia la varietà più coltivata in termini di quantità, è certamente la più celebre e importante, alla base di alcuni dei vini più conosciuti e apprezzati al mondo: il Barolo e il Barbaresco.

Lasciando il Piemonte, le aree di maggior rilevanza per la produzione di vini a base nebbiolo, sono la bassa Valle d’Aosta e, in Lombardia, la già citata Valtellina. Al variare delle zona di provenienza variano ovviamente le caratteristiche e i nomi del vitigno: Spanna nel vercellese e novarese, Chiavennasca in Valtellina, Picoutener nel canavesano e Valle d’Aosta. Quello che rimane inalterato è il carattere deciso e schietto dell’uva da cui si ottengono vini di blasonata eccellenza.

In Piemonte, il disciplinare di produzione del nebbiolo stabilisce precisamente in quali zone deve essere prodotto per diventare sia una denominazione di origine controllata che garantita. Del 2018 la nuova DOC Monferrato Nebbiolo che regolarizza una situazione qui presente da sempre.

Queste zone si trovano a sud, tra Langhe, Roero e Monferrato, un’ampia zona collinare fatta di paesi ricchi di storia e castelli medioevali nelle province di Cuneo, Asti e Alessandria, e a nord, in tutta quella fascia collinare ai piedi delle Alpi che va dalla provincia di Torino sino al novarese.

Quest’ampia diffusione è confermata da antiche citazioni: Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, Columella, nel De re rustica, Pier de’ Crescenzi nel “Trattato della Agricoltura” del 1304, con la prima esauriente descrizione dell’uva “meravigliosamente vinosa”. Giovan Battista Croce, gioielliere di casa Savoia, nella sua opera sulla produzione del vino torinese del 1606 ci informa, invece, della predilezione per il nebbiolo della nobiltà piemontese.

Successivamente, nel 1799, il conte Nuvolone accennerà a numerose sottovarietà di nebbiolo: il picotener e varianti dell’alto Canavese e Valle d’Aosta, lo spanna di Gattinara , la chiavennasca della Valtellina, la melasca del biellese, la brunenta dell’ossolano, e la martesana del comasco.

Venendo all’origine del suo nome, diverse sono le ipotesi che sono state avanzate: secondo alcuni deriverebbe da nebbia, poiché le sue uve tardive vendemmiate in ottobre verrebbero avvolte dalle nebbie mattutine; secondo altri dai suoi acini costantemente annebbiati in quanto ricoperti da abbondante pruina, sostanza cerosa con funzione protettiva che in fase di maturazione forma una pellicola dal colore opalescente della nebbia. Infine un’ipotesi più antica fa derivare il nome dal termine nobile, per la sua grande generosità. È infatti tutt’ora conosciuto come la regina delle uve nere.

Tecnicamente parlando, il nebbiolo si può considerare un vitigno decisamente difficile e selettivo, in quanto richiede condizioni ambientali specifiche dove crescere, mirate cure in vigna ed attenti affinamenti in cantina; solo rispettando, questi tre elementi si possono ottenere vini di altissimo livello e di grande piacevolezza al palato. Il grappolo ha forma semi-piramidale, quasi cilindrico e di media grandezza con acini tendenzialmente sferici e con bucce decisamente cariche di tannino il quale verrà poi mitigato in fase di affinamento, perdendo così l’iniziale irruenza per divenire, nei vini migliori, quasi setoso. Predilige suoli ricchi di calcare, in posizioni collinari ben esposte al sole, al riparo da gelate e dai freddi di primavera con una buona ventilazione per evitare che i grappoli vengano aggrediti dalle muffe o gonfiati dalle piogge autunnali. L’altitudine deve essere compresa tra i 200 e i 450 m s.l.m., per un’ottimale maturazione.

In vinificazione, dopo aver selezionato i migliori grappoli in vendemmia, si ha una lunga macerazione per estrarre una grande carica polifenolica e un affinamento in legno per permettere ai tannini e a questo estratto di evolvere in vini austeri, tannici, dal frutto rotondo, ma che raramente escono sul mercato pronti per essere bevuti, o almeno, pronti sì da un punto di vista enologico, ma in attesa di un adeguato invecchiamento, perché sarebbe un crimine berli subito.

Il vino da rubino diventa aranciato, i fiori appassiscono in un potpourri ancora più complesso, emergono note di goudron, affumicate, di spezie e legno dolci, incenso, cannella e noce moscata; il tannino si affina, sviluppa altre suggestioni amare: infuso di erbe e radici, tamarindo, cola, caffè, aprendosi ad un’evoluzione immortale.